sabato 27 marzo 2010

COME CAREZZA D'INVERNO di Pietro Vizzini

(Jacek Yerka)


Come carezza d’inverno
scorre tra gli anfratti
di rocce appena increspate
il gemito sommesso
di perle salate,
cammino a piedi nudi
su calpestio di sabbie
di amori andati
lontano con le onde.
Respiro il mare
chiaroscuro del cielo
e tra orizzonti d’ambra
disegno il tratto del tuo seno.



IL MIO SOGNO di Tatyana Andena


(Apolo y Dafne di Gian Lorenzo Bernini) 


Dormo, o forse vorrei stare con gli occhi chiusi
in un riposo che distende il mio sguardo
dalla vita, il suo divenire, i suoi frastuoni.

Dormo, conservando, per te, l'ultima traccia
di bellezza
e mi lascio accarezzare
dalle ore della malinconia, del tempo fermo, del tempo vuoto.

Non ho parole, mentre dormo
e nemmeno ricordi
immagini
sensazioni
ho solo
la coda di un sogno
come una stella cometa
che mangia il rosso del tramonto che,
da qualche parte
accoglie i tuoi passi
e della notte
che sarà buio nel tuo riposo
stanco.

Dormo, appassita
nel vuoto, dopo di te
e prima di te
confidando agli angeli nascosti
nelle gemme improvvisamente sbocciate
come la mia emozione
taccio, muta
e ascolto
dormendo
il mio sogno,
di te.






INSIGHT (MOMENTS OF BEING) di Piero Lo Iacono



(Onda di Katsushika Hokusa)




In cerca di istanti epifanici.
Il calco-labile ci sfugge.

È mattino. Il cielo tediato sul mare
rovescia i suoi dagherrotipi ramati.
E tu con le dita divaricate a forma di V
(non per vittoria ma perché fumi).
Una lattina vuota di aranciata come portacenere.
Sugheri nelle volute di un fiume capriolante.
Fuochi tra due sguardi scintillati.
(Gli occhi febbrili interruttori.
La vista anello d’incontro
tra le cose e il pensiero).

Contemplo la conchiglia delle tue orecchie,
feti rovesciati con i lobi per teste,
il guscio delle palpebre chiuse,
le ciglia dentate
per contatti senza aderenza.
Riscopro l’argentato bacio della lumaca,
indifferenziato abbraccio,
sentiero di luccicanze.
Il kimono dei tramonti
dietro la spalliera di rose.
Roseto o spineto?
Sistri e cembali di luci.
Tra gli interstizi dei muretti l’erba resiste



“Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta” 
(M.Luzi, “Dalla Torre”)










domenica 21 marzo 2010

NOME di Francesca Varagona


(Eco e Narciso di John William Waterhouse)




Come chiamarlo, se non vogliamo
chiamarlo con il suo nome;
giriamoci attorno,
non nominiamo quella parola
abusata, svuotata di senso;

come chiamarlo, se il divieto
è tale che bruceresti agli inferi,
se solo volessi esprimerlo.

Come chiamarlo, se ormai
crediamo non sia più nostro,
allontanato con tutte le forze
possibili della ragione,

accerchiato, attorniato,
imprigionato, sezionato,
polverizzato, essiccato.

Come un lievito d'impasto
madre, che curato riprende
vigore, e non muore
non muore mai.

Come chiamarlo, ora che in mezzo
ci abbiamo messo la vita,
gli affanni gli impegni,
le emozioni, le illusioni,
i traffici quotidiani
le paure del domani.

Come chiamarlo, se
si è giunti al fondo,
si è grattato l'ultimo
amaro boccone, se

si è già vissuta tutta
la gamma di sentimenti
che ci si attende da un amore,

come chiamarlo,
se non con il tuo nome?





MAREE di Paola Casulli

(Icarus di Pieter Brueghel)

Ora il tuo dire sarà
corsa di maree che si alzano.

Stendi l'Isola al riposo
Uomo,
rinascita, uomo magnete, d'ossa e costellazioni,
levando le braccia
come alberature in sete di vento, corri
ché la marea camuffa di squame chi perde lo stupore.

Dentro di te non c'è spazio per la terra dei mandorli.
Sei uomo di mare, tu.
Accecato di baie dove s'appoggia l'autunno.

(da "Sartie, Lune ed altri Bastimenti")





IL VIALE DEGLI ALBERI TAGLIATI di Giuseppe Diodati

(el viaje imaginario de Don Estanislao di Raul Lara) 




E questa macchina che corre
lungo il viale che va al mare
e tu che sorridi
con le tue mani
sulle mie.

Un gregge,
un gregge di pecore nere,
che strano
e tu silenziosa che mi guardi.

Gli aironi anarchici
nel lago salato
a cercare piccoli pesci
che sfuggono al luccio,
aironi liberi
che scrutano il cielo
e le nuvole di un Dio multiforme.

Dimmi dei tuoi figli
dimmi di quella casa
dimmi di questa vita
perchè non voglio morire
prima del mare.

E gli alberi tagliati
assassini silenti di giovani vite
sballi di notti senza amore
e senza futuro,
di questi ragazzi
usciti da un reality e mai,
mai entrati nella vita.

E tu che mi guardi in silenzio
le tue mani
e il fiume
e il resto
perchè non voglio morire
prima del mare.


venerdì 19 marzo 2010

ODILE di Silvia Calzolari


 (Balthus, Therese)


Danza in vibrante acqua superficie
in metamorfosi
pas de trois.
Fascino inquieto
seduce cattura
in crescita interiore.
Sono io
nere vesti
odore passione
braccia feline
calamitanti in sentire.
Libro assenzessenze
in paralisi tua
possesso illuso d'amore.
Bisbigli d'ascolto
ipnotico oro vestito
in impossibile
solo per senso amore
intriso di lacrime.

mercoledì 17 marzo 2010

LE NUVOLE di Natàlia Castaldi


  (Giorgio De Chirico, Orfeo,Trovatore Stanco)



Le nuvole sono un mistero evaporato dal mare
si dipingono in mille losche figure quando il cielo s'ingrigisce
in presagio oscuro della fine
Si dipingono di rosa come la carezza d’una madre
sulle gote fresche di una primavera in fasce

Le nuvole

Puoi trovarle scontate se compri in un discount a rate
te le mettono anche sotto sale
o in liquidazione
prima di chiudere la prossima saracinesca

Le nuvole

Le guarda il barbone che ha perso tutto
per quel suo fare il salmone
in compagnia delle allucinazioni d’una molotov in bottiglia
Le osserva il predestinato ad un giorno
infame andando a lavorare in una fabbrica senza respirare
ed il contadino che cura la sua messe
tra preghiere, santini e peones giornalieri
E le osserva anche un dio, che non si spiega
come tanta perfezione
possa starci ancora qui ad osservare.

NEL FUOCO DEL TEMPO di Giorgio Filippini

(E. Hopper, Habitación de hotel)

Guardo
oltre il velo
delle illusioni

Celle d orate
le tue labbra
incantevoli prigioni

La ragione
la tua lingua
e
la rugiada

bruciano insieme
nel fuoco eterno
del tempo immobile
cristalizzato
fermo

Dalle colline
dei tuoi seni
a salire dei sensi
girano a spirale
luminose diagonali
invisibili tormenti

Pennelli morbidi
di memoria
intingo
dentro un lago
di liquida
fantasia di vela

Nel quadro in progressione
della mia mente
sboccia
per poi fiorire
una stagione tenera
un germoglio d'amore
ancora trasparente

Si sciolgono
per mescolarsi
insieme a te

i colori misti
infiniti del niente

Dipingendo nuove tele
di futuro
reale

Non piu' appariscente




ISTANBUL, METAFORA DEL MIO IMMAGINARIO di Gloria Gaetano



(moschea blu)


Vorrei parlarti,raccontarti anche di me. Sei entrata dentro di me come una figura cara, un 'amica a cui vorrei dire tutto. Ma non sono ancora pronta. Parlerò di Istanbul come metafora del mio io più nascosto. La città mi ha affascinato e emozionato come nessun'altra. Appare immersa nella sue profondità del tempo,nella sedimentazione delle epoche, degli imperi,nella sconfinata riserva di ombre imperiali e funerarie,per cui sarebbe interessante fare un'anamnesi millenaria di tutto ciò che racchiude. Se prendiamo Santa Sofia, è un luogo sotterraneo, nel quale penetra la luce di una catacomba. Roma è tutta lì nella soddisfaziione del suo potere papalino, nelle sue grandiose architetture, ma non tende nè alla profondità, nè all'ascesi del gotico. S.Sofia non tende nè al cielo, nè a una finalità gloriosa, ma a un'immaterialità verso un mistero originario, in forma criptica e iniziatica. Là accanto la cripta della Cisterna Basilica, intrico di colonne, foresta sotterranea,spazio religioso senza immagini, riserva vitale di acque sotterranee, che riemergono nelle fontane del suolo. questa riserva d'acqua è un principio di vita e di morte, un dispositivo magico. Pertanto noi troviamo in questa foresta pietrificata l'immagine della Medusa,terrore dei greci,immagine di un inconscio pietrificato, allegoria stessa della malia, anche perchè figura femminile. Eppure topos dell'animo, immagine apotropaica, che libera dal male. e dalla sventura. A Istanbul l'acqua è dappertutto, si dirama dal Bosforo (che viene chiamato fiume) e dal mare dell'Europa. Trait d'union tra popoli, strati della città, continenti,civiltà religioni,popoli,modi di vivere.

Un tempo l'impero romano si sovrappose all'Asia,poi si divise e più tardi fu l'impero ottomano a sovrapporsi all'Europa, per poi rifluire all'indietro. Oggi è l'impero della modernità a debordare sul continente asiatico. Ancora una volta Istanbul occupa il ruolo di testa di ponte. E' l'essenza stessa della modernità ad aprirsi un varco, e le grandi città del mondo ne sono l'emblema. Ma qui gli elementi eterogenei si giustappongono senza confondersi. La città tutta è in questo conflitto tra modernità e sfida alla modernità. Esiste Istanbul?. Esiste ancora una città quando la si sogna e al tempo stesso la si contempla, quando si è obbligati a sondarne la profondità storica, a metterla alla prova,essa, più volte scomparsa? Tanti fantasmi si aggirano tra le colline e le diramazioni del fiume:sarebbe bello rivivere l'assedio del 1452, la paura e la sensazione di essere invincibili.
Sognare di essere come Fitzcarraldo e i suoi uomini, che in una notte fecero attraversare alla flotta mussulmana, la collina che li separava dal Corno d'Oro. Oppure sognare semplicemente di essere una spia a cavallo tra le due guerre,
e ritrovarsi in quel luogo ideale che è il Pera Palace Hotel,terminal dell'Orient Express. Noi non siamo i soli a sognare d'essa:la città stessa nelle sue strade, nei suoi caffè, nei suoi giardini serba con cura il sogno pieno di vita di ciò che fu. Dapprima il fasto dei suoi palazzi, il lusso dei grandi alberghi. Ma la città fa con coraggio il proprio lavoro, nel traffico frenetico , nella polvere, sotto la pressione dei nuovi barbari venuti dall'Anatolia. E quelli,immigrati nella loro stessa città,riusciranno mai un giorno a gettare un ponte che attraversi le colline e a forzare il Corno d'oro?

Per fortuna la città conserva,pur disturbata per ogni dove,le sue zone di silenzio:i piccoli cimiteri all'ombra delle moschee, nei loro grovigli di lapidi grigie e nella loro simbolica immobilità, con i gatti che sgaiattolano tra le tombe, e la sala da tè sul retro,assorbono rumori e frenesie. Ma nel Gran Bazar la promiscuità umana ha la meglio sul traffico, nei percorsi stranamente sotterranei, con le lampadine appese sui pesci e le pastccerie inesplorate. Là non regna più lo spettro della Medusa, bensì quello brulicante di tutte le tentazioni, fantasmagoria arcana di frutti e ogetti magici che non saranno mai in vendita: Una città maliosa, che condivide molti tratti con alcune grandi città:con Lisbona ha in comune la magia delle sue sponde, con Roma condivide le colline e l'archeologia delle sue vestigia 8ma Roma è troppo papalina, troppo cristiana. Con Marrakesh condivide la Medina, i suk, la grazia e la nobile miseria della cultura ottomana. Con Venezia ha in comune le acque, i mosaici, una dominazione di molti secoli. Benchè venezia sia troppo affarista, una laguna senza profondità: Il suo impero è brillante e superficiale, non ha conosciuto il sangue e il sacrificio. E' questa somiglianza che rende Istanbul una città internazionale, non solo il fatto di essere stata il centro del mondo. con tutte queste città e altre ancora ha mole affinità, e tuttavia è unica tra tutte, Istanbul...







giovedì 11 marzo 2010

PERDERSI di Maria Isa D'Autilia



(ti amo di ambro zados)




Perdersi...
perdersi dentro l'orme
e dentro l'ombre
percorrendo
le geografie del tempo
che scandisce nell'anima
le parole intrecciate
delle ore passate
e di quelle
che verranno.
Perdersi
lungo strade
tracciate dalla luna
nei solchi delle notti.
Perdersi...
e ritrovarsi
dipinta dai tuoi occhi...
nei tuoi occhi.



mercoledì 3 marzo 2010

D'INVERNO di Leopoldo Costabile

Monet, Impression, Sunrise (Impression, soleil levant)






 Di solito si evoca un tramonto, mentre io vi indico un "mattino".
Non v'è metafora di speme, ma solo inizio dell'ultimo percorso.
Sin da un "mattino" (nuovo e ritrovato) si guarda a quell'approdo…
come un annuncio che si concede mano a mano.
Otterremo l'assuefazione come un dono,
mentre le foglie continuano a cadere

  
Foglia di vento
caduta dopo mille.
Io ti guardo
in un freddo mattino,
di neve bianca, d'oblio
oltre la siepe.
E mi baleni gravida di vita
or che raggiungi i miei serti consunti
in un giardino incolto
..ed in pieno inverno.















SPONDA di Silvia Calzolari





(Paul Klee, Zwitschermaschine)


Se sei solo
importa al mio vento
che di reale non ha nulla.
Una goccia
da fonte
è già fiume
in crescita
senza sapere
attende mare.
La sponda
è in salice piangente
nella quiete odiata
come rifiuto d'anima
in colorimmagini.
La mia corrente amplifica
come necessità
il percorrere vita
accoglie navigante in balia
senza possibilità di ritorno.





lunedì 1 marzo 2010

RESPIRO di Francesca Varagona


(George Seurat, Un dimanche après-midi à l'Ile de la GrandeJatte)
(particolare)

Cerotti, bende, distanze,
unguenti profumati, danze
balsamici effetti

respiro di gusto
allargo il petto
mi stiracchio al sole
promesso, gatto
sul tetto

respira, libero
senza l'acqua
alla gola, il cappio
al collo, allunga
il passo, si defila
felice

Inalata aria pulita,
schermandoci
dall'abbaglio,
dalla bolla
scoppiata

separiamo i i destini
attorcigliati, torniamo,
svincolati, spacciati
alle nostre vite
per troppo poco
insieme respirate.