mercoledì 28 aprile 2010

NON E' UMANO IL CIELO di Francesco Palmieri


(L'Eremita - tecnica mista su tela 
Mi vesto del lino degli angeli
scordo la carne
àmputo i piedi
l'attaccatura del suolo

rinuncio al vino
non ascolto la sete
non ti vedo fiammella
quando danzi sui fianchi

rinuncio a ogni cosa
che si conta o si pesa
e niente orecchi né occhi
senza mani né corpo

solo aria
di cielo
solo nudo
pensiero

come gli angeli
come chi sta beato
come l'anima buona.

Come chi chiude gli occhi
e si distende coi morti.







10 commenti:

  1. spesso le aperture liriche riguardano momenti del passato o "icone" del mio immaginario atemporale, ma il punto è proprio questo: la registrazione di una metamorfosi sottrattiva della pienezza dell'essere, assolutamente accompagnata alla giovinezza (per me) e sempre più distante quando l'anagrafe prende a galoppare.
    il "poi ' stato un progressivo passaggio dall'incantamento all disincanto, alla visione dei limiti dell'essere: insomma un esistenzialismo sempre più disilluso e malinconico
    Questo dice Francesco Palmieri a proposito della sua concezione della vita, della sua biografia, e della poesia.

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  2. Lirica di altissimo livello, elegante e raffinata come sempre, la cui musicalità è garantita dalle assonanze cielo-pensiero, occhi-morti e non solo.
    Ne riconoscerei tra mille l’appartenenza tanto il tuo stile è inconfondibile. Questa è la poesia del disincanto estremo che mi ricorda tanto “l’inganno estremo” di leopardiana memoria. Qui c’è tutta l’amarezza e lo sgomento del disinganno.
    Affermi che il cielo non è umano quando sei tu stesso a disumanizzarti, a scegliere di non voler neanche provare i bisogni primari come la sete, a dimenticare la mondanità e i bisogni terreni come quelli imposti dalla natura carnale dei nostri corpi.
    Scegli di rinunciare all’avere, rappresentato dalle immagini e dai gesti del soppesare e del contare, alla conoscenza data dai sensi, per diventare una creatura eterea, del cielo, simile agli angeli solo nelle vesti, simile ai beati e agli estinti. Una creatura dotata solo ed esclusivamente di pensiero. Ma a volte è proprio il pensiero ad annientare l’uomo. La natura ci fornisce le illusioni, la ragione le distrugge. Quest’opposizione mi fa tornare alla mente l’antitesi poesia-filosofia. Il fine della poesia è quello di creare un mondo immaginario nel quale si possa trovare rifugio dalle pene della vita reale; la filosofia invece ha il compito di scoprire il vero.
    La desolazione deriva dalla conoscenza del vero, dalla consapevolezza di un destino di caducità che accomuna tutti gli uomini. In questo senso colgo la radice eroica della tua poesia oltre al nichilismo che emerge da una prima analisi. Mi ha colpito molto la chiusa, bellissima.

    “Come chi chiude gli occhi
    e si distende coi morti”.

    Forse hai ragione, dopotutto tutti noi siamo destinati alla morte.

    “ … Al gener nostro il fato
    non donò che il morire. Omai disprezza
    te, la natura, il brutto
    poter che, ascoso, a comun danno impera,
    e l’infinita vanità del tutto.”


    L’uomo però almeno in questo è libero. Può scegliere di vivere o di morire…

    Deborah Mega

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  3. Solo aria di cielo, nudo pensiero. Desiderio di annullamento totale nella natura e nell'introspezione pura, desiderio di morte o di stendersi con i morti, perchè il cielo non è umano.
    Rispetto una posizione così antitetica dal mio amore per la vita, non discuto della filosofia che sta alla base di una poetica in cui il sottrarre e il sottrarsi divengono fulcro base.
    Le immagini sono sublimi, il linguaggio così misurato ed essenziale, e ben descritto nel commento di Deborah che mi ha preceduto.
    Aggiungo solo che sono di un'altra idea e cerco qualcos'altro, e la poesia mi accompagna in un percorso diverso.
    Che ognuno trovi la propria, grazie Francesco di renderci partecipe, come lettori, della tua.

    Francesca Varagona

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  4. silvia calzolari29 aprile 2010 07:09

    Non voglio vedere in questa tua, Francesco, rassegnazione o rinuncia o abbandono....preferisco assaporarne la forza...l'energia di luce che traspare e che scaturisce dal profondo desiderio di totale elevazione, di ricerca spirituale assoluta in superamento di corporeità per essere solo pensiero....puro....angelo che, in quanto tale, abbandona sensi e debolezze terrene. Mi piace vedere la bellezza di tutto questo....essere spirito alto, in saggezza, in beatitudine e in bontà. Quasi una morte, ma che non è vista come negativa o fine di tutto, ma consolante. Il raggiungimento della perfezione...della libertà e della spiritualità. Uno splendore che si riflette nel miei pensieri e regala benessere!!! Ammirazione e grazie Francesco!

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  5. Bella poesia.
    Forte il contrasto tra una voce parlante che quasi bisbiglia (evocando malinconia e disincanto) e la potenza terrificante e devastante del tema trattato.

    Mi soffermo su quest’ultimo.
    Il poeta testimonia, probabilmente in modo inconsapevole una delle principali cause della crisi che ha caratterizzato sempre più drammaticamente il secolo passato e l’inizio del nuovo.
    Ovviamente l’inconsapevolezza del poeta non è una critica! Il poeta (in generale) offre testimonianze dilanianti e strazianti sulla propria carne di contraddizioni delle quali può non cogliere l’essenza e l’origine per così dire filosofica, altrimenti scriverebbe un saggio specifico.

    E’ sotto gli occhi di tutti il predominio di un mondo rozzamente materiale, la carne e il desiderio di possesso delle cose riducono le attività specifiche dell’interiorità dell’uomo (in qualunque modo si vogliano intendere). Sembra evidente un dominio sfrenato del corporeo.
    Eppure io credo che all’origine della crisi ci sia paradossalmente l’esatto contrario, un eccesso di spiritualità: il desiderio dell’uomo di essere indipendente dalle cose e dalla carne. Il desiderio di un dominio assoluto dello spirituale cancellando il corporeo, di un dominio della res cogitans sulla res extensa (e non uso a caso la terminologia cartesiana).
    L’uomo (che è spirito e corpo inestricabilmente uniti) ha voluto essere puro spirito, un angelo appunto, dimenticando la carne e peccando di presunzione proprio perché l’uomo è uomo e non angelo.

    Ecco che acquistano un senso evidente le immagini del poeta.
    L’io parlante è l’umanità (che in questo momento grava tutta sulle spalle del poeta) che si veste del lino degli angeli, e non si limita a dimenticare che non è solo spirito ma anche carne ma arriva addirittura alla mutilazione di ciò che la lega alla realtà materiale (l’amputazione dei piedi).
    L’uomo mangia, beve, ha sete, sente le passioni. Eppure per un sogno presuntuoso (o un incubo della ragione) rinunzia a tutto questo.
    Rinunzia alle caratteristiche più specifiche dell’uomo: i sensi, il lavoro attraverso le mani...
    Tutto per il desiderio di qualcosa che non esiste, aria di cielo (che non è il cielo che può anche esistere ma è la parodia del cielo), nudo pensiero (e cosa altro sono state le ideologie che ci hanno massacrato negli ultimi terribili anni?).
    Un angelo, come un’anima buona. Qui mi sembra di cogliere una ironia sottile e profonda: tu uomo signore del regno dei cieli e della terra, unica creatura che assomma corpo e spirito (per il credente: tu uomo amato sino alla follia dal Dio creatore che ha voluto assumere la tua stessa natura compresa la carne), tu uomo che pretendi di essere un angelo ecco come ti sei ridotto: un’anima buona; nulla di più.
    Questo desiderio è la chiusura definitiva degli occhi e infine la morte, per quanto l’uomo possa continuare a illudersi di essere un angelo.

    Descrizione perfetta dei travagli della modernità.

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  6. Ho dimenticato la firma: Francesco Enia

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  7. Deliziosa, struggente e fatta di immagini che arrivano..creando direttamente in chi legge la dimensione di uno stato d'animo..
    Mi arriva una dolorosa malinconia che rinuncia, eppur vi è felicità nella malinconia.
    Mi arriva altresì attaccamento alla vita, il vino rosso e la carne.
    Delicata e intesa allo stesso tempo, fatta di suggestione.

    Saluti a tutti

    Tatyana Andena

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  8. Perchè spogliarsi della propria natura,quale delusione ha distrutto certezze e speranze sino a spingere un uomo a voler perdere la propria identità e pretendere di essere un incorporeo angelo? O è,invece, l'insopprimibile desiderio di spiritualità ad esigere che l'uomo si mutili per poter realmente abbandonare un mondo troppo teso verso un'eccessiva carnalità,per cui decide di diventare un essere pensante,lontano da ogni contaminazione terrena.Rileggendo mi sembra di cogliere qua e là un alcunchè di ironico in quel nudo pensiero che,in verità,non si sa dove arrivi e che cosa porti di meraviglioso nella disumanità del cielo.E stendersi vicino a un morto restando come gli angeli e cioè vivo pensiero,cosa si acquista in più in pace e serenità?L'autore non lo spiega e noi rimaniamo un pò delusi.Poi,prende corpo un'idea; se questa trasformazione sia una duratura verità,oppure si può tornare in carne ed ossa come si era prima di questa nostra decisione. A chi potremo chiedere aiuto per questa carnale resurrezione? Qui non ci sono dubbi.Se vogliamo tornare nel mondo del male uno solo angelo ci può aiutare:Lucifero. E' nero,ma a noi va bene lo stesso.Ren (Sono un ottimista.Chiedo venia all'autore.)

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  9. Quale commento si può fare ad una poesia che dice tutto il male di vivere, tutta la desolazione del mondo? Non è umano il cielo, non vale la pena vivere, allora io vesto il lino degli angeli e mi stendo coi morti ancor prima di esserlo.
    Poesia struggente e delirante di uno fra i migliori autori contemporanei.
    Salvina

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  10. Grazie di cuore agli amici che mi hanno letto.
    Le parole che avete scritto per il mio testo mi hanno regalato un'emozione in più.
    Francesco Palmieri.

    (PS: caro Ren, ti meraviglierà ma sono sufficientemente ottimista anch'io... L'ironia è la chiave di lettura giusta. E tu l'hai intuito -anche Francesco per la verità-. Ciao)

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