venerdì 23 aprile 2010

SOLFEGGIO di Marco Saya

(Edward Hopper, N.Y. movie)

do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l’amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un’azione conclamata.
“so what”. così è.

solfeggio. 2/4.

miffa-solla, 2 volte,
leva la gomma batte Massa.
piove. non piove.
si stabilizza.
“cosa facciamo, ora?”
pausa - 1/8
“ quale DVD? ”.
di domenica manca l’incipit.
anche il frigo è vuoto.
talvolta il take away sbalordisce.
l’acquario vive.
conto il successivo quarto.
strappo alla regola.
improvviso (penso) per poi rientrare.
II° tempo – ed è subito sera.
ma non l’ho scritto io!

continua. in 3/4.

sol-la-si, “all blues”.
il Versace di Miles.
non necessario.
luccica la tromba.
come l’immagine.
o le immagini finte.
più vere le figurine della panini.
ora sono a Ischia.
un esempio.
un posto vale l’altro.
“dove andiamo quest’anno?”
la poesia è in Costa Smeralda.
“ci andiamo anche noi…?”







22 commenti:

  1. poesia certo originale,ma la sincopata,e il suo"FRASEGGIO"incalzante sebbene voluto,è stridente e ostico al lettore.Questa osticità si riduce verso l'exsplicit
    Il fenomeno ricorda la junctura acris di Aulo Persio,ripresa in parte anche da Montale.
    Naturalmente de gustibus non est disputandu e qello che non piace ad un lettore piace ad un altro.La biodiversità esiste anche e sopra tutto nei gusto artistico.

    Poi ll creatore è il despota delle sue creature.Vale la sua volontà.Il lettore puo' soloesprimere il suo sempre opinabile giudizio.
    Gilberto Fanfani

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  2. strana poesia stridente, flash minimali e minimalisti che registrano giornata - tipo di un musicista, accompagnano il suo non-stare in un luogo-non luogo "un posto vale l'altro", Milano come Ischia.
    Irrequietezza dell'animo.

    A me è piaciuta. Grazie.
    Francesca Varagona

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  3. Poesia molto originale, ci accompagna con il suo moto sincopato, immaginando anche luoghi lontani o inesistenti. L'animo el poeta che vaga, inquieto.
    Antonio Lanza

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  4. L’opera poetica di Marco Saya è in costante dialogo con la modernità, dialogo che tuttavia non presuppone necessariamente una reciproca comprensione. La vita è un «tiramolla quotidiano», l’ovvietà delle cose che il soggetto vive privatamente, nel confronto con l’esterno. La poesia del Nostro è quindi un percorso privato, di un io «saltuario» che vive in modo discontinuo la sua vita, un io diminuito , ma che tuttavia esiste, si afferma come centro indispensabile della vicenda poetica.
    La diminuzione avviene man mano che il soggetto entra in contatto con il mondo fuori: «fuori-esco / stordito», quasi vittima di una perdita di coscienza. La routine quotidiana,dunque, intorpidisce, ubriaca, genera «vuoto» e innesca lo smarrimento del senso, recuperabile solo in momenti di «black-out», quando per incanto «ripiomba l’origine. / il buio della prefazione» (che forse potrebbe essere per refuso “perfezione”). La sua poesia, come quella di molti autori a lui contemporanei, germoglia per sottrazione (che spesso coincide con la «spogliazione» dell’io, il suo ridursi a larva ectoplasmatica gettata nel presente di niente e di nessuno).
    Respiro cortissimo, il più delle volte franto (o anche: sincopato, secondo ritmi che variano su scale blues o improvvisi jazzistici, tanto per ricordarci che Saya è anche autore blues), percorsi che insistono negli interstizi, tra le righe, indugiano negli spazi che le parole lasciano incustoditi, nelle zone in cui si arresta il ritmo per riprendere slancio. In queste aree depresse si assiste talvolta all’emersione di barlumi di vita solo per contrasto, per autocombustione del negativo, un affiorare di possibili scappatoie dall’automatismo e dagli ingranaggi della vicenda contemporanea, tramite il cortocircuito linguistico o l’ausilio dell’ironia

    Questa è una parte della recensione dell'opre di M.Saya che ho trovato sul suo blog

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  5. Davvero originale..direi smaniosa.
    Maria pia

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  6. Chi come me ha per anni seguito le evoluzioni e le trasformazioni del Jazz,partendo dal Rag-time e arrivando poco oltre il Cool- jazz, trova di difficile comprensione l'incedere del passo musicale di Marco Saya,con le sue involuzioni, rese ardue dalle continue sottrazioni sincopate delle note.E così,altrettanto, possiamo dire delle sue poesie che ricalcano con perfetta aderenza l'osticità della sua musica.Indubbiamente una poesia modernissima,ovviamente non armonica nella struttura dei versi e discontinua nella fantasia, sempre in palese contrasto con una coerente ritmicità,essa non tende alla pretesa di una facile comprensione ; "Solfeggio" tra la sua vasta produzione ne è un chiaro ed esaustivo esempio.Grande instabilità umorale,notevole irrequitezza,anche questi versi offrono una lettura minimalista che si muove seguendo percorsi in cui lo slancio poetico si ferma ,quasi una necessaria pausa, per poter recuperare forza e ritmo.E' il nuovo che avanza e molti altri autori gli sono compagni in questa non facile scelta, in cui,però, sono presenti i segni di una seria professionalità Ren

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  7. Uno stile nuovo, quasi un blues ritmico che descrive la vita moderna, i bisogni attuali.
    Carina, anche se personalmente resto innamorata delle poesie pittoriche, in cui il sentimento si congiunge alla descrizione della natura(vedi Pino de Stasio).
    Complimenti comunque, perchè è coraggioso e innovativo proporre una idea nuova.

    Tatiana Andena

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  8. Scansione ritmica della vita quotidiana, dal risveglio fino alla sera, in qualsiasi luogo -non importa- solfeggio scritto in forma poetica, una ricerca originale di trasgredire...

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  9. La poesia di Marco saya presenta un dettato franto,con correlativi oggettivi, poesia post-moderna ricca di suggestioni sinestesiche e di humour.
    Il ritmo risente della sue esperienza di musicista jazz

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  10. aritmica traccia degna di un gregory Corso..post frigorifera..dove le parole congelate esplodono tra loro...contraddizioni moderne...che lasciano scorrere il tempo del sangue...dove andiamo ? si Marco nella tua bella isola..in Costa smeralda ;)

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  11. Innanzitutto un grazie a Gloria per avermi ospitato sulle sue pagine e poi un ringraziamento a tutti coloro che hanno commentato con attenzione questo solfeggio che fa parte di una raccolta molto più ampia dal titolo concerto in minuscolo punteggiato. Vorrei fare una premessa: questo testo è una delle tante direzioni di ricerca poetico linguistiche da me approcciate o “cifre stilistiche”, tanto per usare un termine caro e abusato dagli addetti ai lavori. E’ un “laboratorio di parole che cerca di guardare in avanti”, uno studio metrico formale che cerca di rappresentare questo nostro tempo. Non credo all’altra poesia, quella “che piace”, quella dei “bianchi gabbiani”, spesso una poesia trita e ritrita del copia-incolla di emozioni già copiate e incollate da secoli, un modo di rappresentare anche il sentimento condito di forte retorica, insomma una poesia che, a mio avviso, è già morta. Piace perché è riconoscibile ma qualcuno, come già ho letto nei commenti, dovrà pur fare da apripista…D’altronde io leggo autori come Ballestrini, Sanguineti, un’altra concezione poetica. Su questo punto potremmo parlarne per interi anni, temo.
    Venendo a noi, la realtà è il mio punto di osservazione, lo sguardo percepisce la molteplicità delle angolazioni del nostro raffrontarci con l‟esterno, un rapporto complesso che richiede presenza e attenzione, un ascolto che sfocia in dialoghi diretti con un mondo fatto di percezioni, sensazioni, punti “deboli” che si tramutano in pensieri che rincorrono altri pensieri in una danza vorticosa accompagnata dai ritmi del proprio habitat. Il testo pensiero prende così forma nella sua eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura o battuta a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “working in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta nel gusto del vissuto e di “quello che rimane da vivere”, una forbice strettissima che non lascia spazi a voli siderali e pindarici “fuori dall‟io, dagli altri e dalle cose”.
    Dunque la scrittura, a mio avviso, deve essere vicina al tempo che si vive, a questo nuovo millennio che, tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano, aspetta di essere rappresentato in tutta la sua complessità emotiva, nevrotica e aggiungo piuttosto confusa. Mi piace, così, osservare, descrivere, quasi come un cronista armato di ironia ma anche di tanta amarezza , il caos del nostro tempo, partendo, appunto, dalle piccole cose, dai singoli oggetti, feticci divenuti una nostra seconda pelle, dal nostro essere in questo mondo senza una vera identità, una sorta di cloni che attraversano questa vita senza rendersene conto. Che sia una totale assenza di valori? Molto probabile. C‟è molta rassegnazione, a mio avviso, e quando descrivo la metropoli in cui vivo, Milano, mi soffermo spesso su questi sguardi fissi come delle bilie di acciaio che sembrano fisse nella loro vacuità, su questi pedoni , quasi degli automi, che consumano la loro fretta non godendosi il tempo della pa-zienza e che camminano con le teste reclinate come se cercassero la soluzione nella punta delle proprie scarpe, unico riferimento nel proprio nascondersi, insomma una blade runner del terzo millennio.
    Ho sempre pensato, infine, a proposito della costruzione di un testo, che leggere una partitura musicale sia molto simile a scrivere una poesia dove la misura o la battuta corrisponde al singolo verso e all‟interno del medesimo rigo scegliamo, dunque, la nostra libertà di espressione. Per quello che attiene le fonti “sotterranee” ho sempre ritenuto che le parole così come le note debbano sgorgare in modo spontaneo, diretto e l‟immersione avviene quando è la scrittura che ci chiama dall‟inconscio di quella fonte e non viceversa.

    Marco Saya

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  12. Non bisogna illudersi troppo, specialmente per chi opera nel campo della poesia. Sostengo sempre che sarà il tempo, forse, a rendere soddisfazione a chi avrà parlato con un linguaggio universale e condiviso ma non omologato perché quest‟ultimo è il vero rischio della poesia contemporanea. Oggi scrivere non è solo comunicare ma è, a mio avviso, per molti un modo di esserci, di apparire a “tutti i costi”, anche in una presunta diversità nell‟essere “civili”; forse la poesia dovrebbe riprendere più che mai lo spazio del proprio silenzio e ri-scriversi per ritrovare la propria identità e riflessione sul proprio ruolo. Detto questo mi aspetto solo che ci sia più unità di intenti nello scenario della poesia attuale, un gruppo di lavoro che condivida un “idem sentire” che sia il sentire dei più. La poesia non è affatto un‟attività essenzialmente inutile, ritorniamo a Pasolini e alla sua poetica dell‟impegno e ci renderemo conto come le parole possano essere essenziali e vitali per un ritorno alla democrazia delle parole e non solo. Dunque più voci possono concorrere alla civiltà della poesia e pertanto al suo impegno nel politico-sociale, io recito la mia piccola parte ma attenzione ai cori frastornanti o ai “canti delle sirene” che cercano, più in generale, di spegnere qualsivoglia forma di cultura. Su questo dobbiamo stare con le orecchie tese e non na-sconderci dietro a bianchi gabbiani che sono solo immacolati nelle mente deliranti di chi li descrive.
    Aggiungo che la poesia sta sicuramente vivendo un dramma esisten-ziale e di propria riconoscibilità sino dagli anni 60-70. Molti afferma-no che la poesia è morta con Montale e Pasolini. Penso che la poesia debba essere identificabile da un proprio gusto e stile così come per la musica. Quando sento un disco blues di B.B. King, ad esempio, dopo due note ne riconosco l‟autore. L‟originalità sta in questo, individuarne la paternità. Possiamo dire oggi, nel panorama della poesia attuale, che esista o esistano delle univocità di scrittura? Di quanti poeti possiamo dire, oggi, che dopo la lettura di pochi versi ne rico-nosciamo la fonte? La poesia oggi è, a mio avviso, in cerca di un proprio personaggio che corrisponda a quell‟autore. Ma il personaggio deve ancora capire quale sia il proprio ruolo, il proprio impegno, l‟essere dei soggetti sociali che incidono nel tessuto e non siano solo meramente passivi o totalmente indifferenti allo scorrere degli eventi. Ecco, oggi la poesia è ancora anonima, troppo nichilista, facciamo tutti in modo, per la sua stessa credibilità e sopravvivenza, di renderla veramente viva e partecipe.

    Marco Saya

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  13. silvia calzolari27 aprile 2010 02:26

    Sperimentazione ed espressioni sincopate ad oltranza!!! Originale...mai visto....mai assaporato...da me...quindi incuriosita e attratta dalle novità. Se ne "ascolta" il ritmo moderno...in solfeggio....in inglesismi ormai acquisiti...assimilati dalla lingua italiana e dal parlare comune. Si osserva un rigore, una scelta precisa in corrispondenza vissuto quotidiano tra abitudini e progetti. Ogni battito ha la sua corrispondenza, il preciso significato usuale per il poeta. Trovo splendido accompagnare la vita a suon di musica/versi....divertente....e accattivante!!!! Complimenti sinceri Marco!!!

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  14. Personalmente sono d'accordo con Marco. la poesia deve rivelare la propria paternità la propria originalità. Non amo lo sfogo emozionale puro,legato solo a un nano secondo della propria vita,nè troppi cuori cuoricini,angioletti, amorini, etc. Ma devo dire a Marco, che già lo sa, che esistono varie correnti nella poesia internazionale, quella espressivistica,che si rifà a Mallarmè, quella metafisica degli spagnoli, quella inglese,forte e corposa, sudamericana,sensuale e in stretto contatto con la natura. Tutte hanno cittadinanza nel gran mare della poesia. Ma alcuni canti di Dante non vengono scartati perchè troppo ostici e pieni di espressioni gergali e oscene.? A seguire modelli c'è sempre il rischio di divenire manieeristi. Perciò non vorrei accostare la poesia di Marco a quella di Ginsberg, che certamente c'entrerà, ma con una cifra stilistica personale. Poi c'è la poesia che si rifà ai contenuti psicoanalitici junghiani, ,archetipici, e che sento come mia.
    Tutto tutto fa parte della poesia, del gran mare dell'espressività umana, purchè non sia standardizzato. Quindi arricchiamo, accogliamo, rendiamo viva la poesia, senza eliminare o togliere quello che ci sembra franto, troppo moderno e dissonante. aggiungere e non escludere fa parte di un arricchimento collettivo. lo stesso vale per l'arte figurativa e per la musica.
    E' una discussione interessante cui vorrei partecipassero in molti...Chiaramente ho dimenticato altre correnti letterarie internazionali....

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  15. Condivido Gloria tutto quello che hai scritto, a proposito di poesia "ostica" ti dico un esperimento che ho fatto una volta. Premetto: conosco quasi a memoria tutte le poesie di Montale. Cosa ho fatto? ho postato una sua( tra le meno conosciute ma inconfondibile nello stile) su diversi blog di letteratura spacciandola per mia. Nessuno aveva capito che fosse di Montale e i commenti sono stati del tipo: " ma cos'è questa roba illeggibile, datti all'ippica!" Povero Montale, si sarà rivoltato nella tomba miliardi di volte. Perchè dico questo? E' vero che tutte le correnti hanno diritto all"asilo politico" ma è anche vero che il 90% della corrente è a senso unico ed è brutta poesia, non le correnti che hai elencato, ma quella del vittimismo del proprio ego che declama: "La peppa mi ha lasciato", e chi se ne importa, dico io? Il problema è rendere universale e condiviso il senso dell'abbandono, non il fatto personale di quell'autore che non interessa al lettore e tanto meno al critico letterario. I blog e la rete sono pieni di questi obbrobri, bisogna dirlo con chiarezza. Leggete i grandi poeti di questo fine 900, Oldani, ad esempio, Finzi, Tiziano Rossi,etc, etc, questa è la poesia che, poi, rimane.

    Marco

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  16. Ehi,amici, qui ci sono due poeti musicisti che parlano di poesia. Vogliamo uscire un momento dai nostri recinti.? Discutiamo un po' . questo non può che far bene alla nostra poesia, alla poesia in generale. osare l'intertestualità, la contaminazione. Non c'è niente di puro, se non la posia greca classica...

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  17. Semplificando al massimo, Gloria , è chiaro che è più facile ascoltare e gradevole un pezzo di Duke Ellington, ad esempio, piuttosto che "impegnarsi" con un Cecil taylor, Antony Braxton, Eric Dolphy... Così vale anche per la scrittura.

    Marco

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  18. Mi rendo conto, Marco. Ma io sono curiosa e sento e leggo tutto. Poi esprimo una valutazione, se sono in grado. anche la cinema è lo stesso, per la letteratura. Ricordiamo la polemica tra classici e romantici. sembra che nessuno voglia mai ascoltare, leggere niente di nuovo. Quando pubblicarono Joyce nessuno voleva lehggere l'Ulisse, oggi tutti dicono che è un capolavoro del 9oo.

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  19. Verissimo, nell'Ulisse convivono tecniche narrative diverse...

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  20. Grazie al blog di Gloria ho la possibilità di leggere liriche e i relativi autorevoli commenti. Da profano mi da più soddisfazione immergermi nelle poesie di autori che non fanno del poeta il loro principale mestiere (pur essendo a pieno titolo poeti), forse perchè trattasi di persone che affrontano la vita quotidiana come me. E' pur vero che ci sono tante frasi trite e ritrite ma è pur vero che le note musicali sono le stesse. Personalmente cerco di immedesimarmi nell'autore e ciò rende più facile capirne il messaggio ed il contesto. La poesia in questione mi fa venire in mente un brano di Sting (seven days), dove la batteria suona in controtempo, un'orecchio allenato ne comprende subito la finezza, ben venga quindi (a mio parere) un'esposizione fuori dagli schemi tradizionali...il punto è che non tutti sanno suonare/scrivere in controtempo.
    claudio zotti

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  21. Dopo diversi anni di studio del pianoforte e dopo aver acquisito una formazione musicale classica basata sui concetti di simmetria e di rigore formale e sulla necessità di organizzare razionalmente la materia sonora, mi trovai quasi per caso ad assistere ad un concerto per piccola orchestra in cui furono eseguite musiche composte da Salvatore Sciarrino. Ricordo che ne rimasi impressionata e colpita sfavorevolmente. La dinamica dei suoni era scomparsa, il suono era divenuto un fantasma, sembrava quasi che si fondesse col silenzio tanto era stato denaturato; veniva richiesta grande velocità di esecuzione ai limiti del virtuosismo e inoltre ricerca e produzione degli armonici. A essere sincera mi veniva da ridere, quei sibili sgradevoli tutto erano tranne che suoni. Dov’erano finiti Haydn, Mozart, Beethoven? Il mio orecchio e la mia forma mentis (rigorosa ma ahimè forse limitata) non gradivano quelle elucubrazioni sonore. Veniamo al dunque. Questa poesia è senza dubbio frutto di ricerca e sperimentazione, osservazione e percezione della realtà attuale, che è una realtà tecnologica, nevrotica, alienata ed esasperata. Il ritmo è incalzante, spezzato : devo riconoscerne l’originalità. Ma dov’è il sentimento? Dove i colori? E la fantasia? E’ giusto ed encomiabile l’intento e il desiderio di sfuggire all’omologazione ma come giustamente diceva Gloria, tutte le correnti ed io aggiungerei tutte le voci (purchè non mielose o peggio vittimistiche, ma quello è un gusto personale), hanno “cittadinanza nel gran mare della poesia” perché si tratta di espressioni dell’anima e come tali vanno rispettate, soprattutto se poi trasmettono anche emozioni…

    Deborah Mega

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  22. più che emozioni (tutto è soggettivo), io vedo un "pensiero unico" anche nella poesia, quel pensiero che, a mio vedere, la sta facendo morire.

    Marco

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