giovedì 27 maggio 2010

CREATURA DEL MARE di Deborah Mega


Mermaid (1901)
John William Waterhouse

Forma idrodinamica
spinta slancio
guizzo propulsione
fendente che divide il corpo
l’acqua al suo passaggio.

Vita non pullula
nel mondo sottoposto
ondeggiano alghe mute
irreali senza tempo
distese ovattate
di ombre e di silenzio.

Penetrano i raggi obliqui
negli anfratti misteriosi
rivelano anemoni
e corpuscoli sospesi
geometrie caleidoscopiche
di luci e di colori.

Mi mimetizzo mare
nella tua trasparenza
nell’acqua che è sorgente
di vita e di purezza
ormai ricordo antico
di ere primordiali.

Mi sfioro con le dita
le squame iridescenti
e poi riemergo ancora
acquamarina fluida
a respirare il cielo.


32 commenti:

  1. Forma idrodinamica
    spinta slancio
    guizzo propulsione
    fendente che divide il corpo
    l’acqua al suo passaggio

    Deborah, veramente perfetta. Lessico,versificazione, e...poi la metafora di te che sei cretura del mare si scoglie lentamente partendo dal paesaggio-mare, tu esci, ti individui lentamente come mare-creatura del mare-persona.

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  2. Vorrei pregare tutti, prima di apprezzare e donare la propria esperieza di lettura ai bei versi di Deborah, di rilettere con quanto dice Spender,che rispecchia completamente le mie idee sulla comunità poetante.

    L'io in poesia non è per forza un riflesso autobiografico dell'autore,nè il riflesso storico di un modo di essere.
    l'io è il segno di una fusione di valori sperimentali e spirituali che lettore e autore hanno in comune,in una situazione nella quale la coscenza dello scrittore fa le veci del lettore e attualizza l'esperienza creata nella poesia. Quando scrittore e lettore appartengono aa una comunità,che fornisce,per così dire, un contesto continuo di valori e convinzioni che li avvolge entrambi in una rete di referenti simbolici,allora l'io è anche il noi,il tu, l'egli.
    S.Spender

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  3. francesco tontoli2 giugno 2010 21:45

    Il mondo subacqueo ha per noi un aspetto metaforico ancestrale. Rappresenta l'archetipo primigenio dal quale siamo emersi un tempo. Quando ci sforziamo di ricordarne i contorni subiamo una trasformazione che è proporzionale alla nostra evocazione. Veniamo ricoperti di squame iridescenti, diventiamo anfibi, animali provvisti di pinne e branchie che si inabissano in un elemento amniotico familiare, protettivo e silenzioso. I nostri movimenti subiscono una trasformazione. La luce si spezza e riusciamo perfino a percepire la corona dei suoi raggi che si disperdono in profondità.
    Questa poesia coglie questo attimo di metamorfosi. Ci ricorda chi siamo stati e forse chi siamo ancora. Esseri ibridi che aspirano alla forma liquida dalla quale provengono.

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  4. Scrutare e rappresentare il mondo subacqueo, capacità che pochi possiedono, è un'arte che ha dmostrato Deborah, una prova ineccepibile e convincente. La poesia dallo stile sobrio, e un lessico perfetto, ci immerge in un mondo straordinario dove mille immagini e sensazioni ci colpiscono vagando , inseguendo, per poi emergere adamantini e puri verso la luce del cielo continuando il sogno. La sirena del quadro simbolo equivoco di una femminilitàin una sua strana metamorfosi, la musica che fa giungere all'anima i flutti del mare fanno un affresco mirabile. Brava Deborah.
    Antonio Lanza

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  5. Gabriele Prignano2 giugno 2010 23:22

    Lentamente, un po' troppo lentamente "esce" la poetessa, la persona, l'anima, ed esattamente nella seconda parte, viva, calda, vera, non estetizzante. Complimenti, mi piace...pur dichiarandomi indifferente ai simboli in quanto tali (mi affascina, piuttosto, il percorso che mi indicano)
    Per quanto riguarda Spender, cara Gloria, tu insegni che la sua vita - "riflessa" nei suoi saggi e nelle sue poesie - non è stata gran che lineare. Quale significato, per esempio, attribuisce a quell' "aubiografico"? Perché, a ben guardare, o dice una cosa ovvia o...si contraddice!!!
    Continuo a pensare che questo blog sia un luogo di confronto, perché nel confronto reale si possa approfondire, capire e apprendere. A cominciare da me. Se sbaglio,sarà bene che in futuro eviti il disturbo.

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  6. silvia calzolari3 giugno 2010 00:01

    Così lontano fisicamente da me (per posizione geografica) ma non per sensazione empaticanima. I versi "immergono" i pensieri...le emozioni...in naturali di onde e alghe mute. Il ricordo mio...vede il tuo assimiliare raggi obliqui in anfratti misteriosi...che sono luce che penetra acque salate e che toccano il nostro io. Tra percezioni fisiche e vibrazioni di cuore umano regali dolcintensi e forza...energia che assimila positività dalle forme idrodinamiche per procedere nel proprio cammino...per riemergere...per respirare cielo!!! Ne avevo bisogno....avevo bisogno di carica di versi...e tu ne regali ad oltranza...Grazie DEBORAH!!!

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  7. Il mio intento in effetti era quello di partire da una descrizione oggettiva del mare, elemento primordiale che adoro, simbolo di vita, proprio perché le prime forme di vita, gli organismi vegetali e unicellulari, hanno avuto origine nel mare. Dal bioma mare poi volevo emergere e individuarmi meglio, quasi a sorpresa, pur restando indefinita, una creatura sirena, a metà tra terra e mare, un ibrido, come ben messo in evidenza da Francesco Tontoli.
    Ma quanto è cambiato il mare odierno da quello di un tempo! I miei ricordi risalgono ad una trentina d’anni fa, quando il mondo marino era veramente un caleidoscopio di luci e di colori. Ora anche l’habitat marino è cambiato; il mare si è impoverito notevolmente, la flora e la fauna, loro malgrado, si sono adattate a tollerare condizioni di vita non proprio salubri. Ma purtroppo la negligenza umana continua a provocare danni irrimediabili.
    In relazione alla citazione di Spender, anch’io colgo la contraddizione. Il poeta prova un sentimento, in virtù della sua sensibilità e del suo intuito coglie una frattura insanabile con la realtà, individua un problema reale e con coraggio maggiore rispetto a chi non si esprime, tenta di ricomporre la scissione.
    Tale problema è condiviso col lettore o meglio autore e lettore condividono dei riferimenti simbolici che sono anche storici e universali, solo che l’autore se ne fa interprete e referente attingendo alla sua esperienza personale e poetica, alla sua cultura e formazione. Dunque è qui che , quasi sempre, a mio avviso, interviene l’autobiografismo, il riflesso autobiografico e storico di cui parlava Spender…

    Deborah Mega

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  8. E sono d'accordo con Gabriele, è proprio la comunità che fa crescere il rapporto tra poeta e lettore. la discussione. La partecipazione viva e attanta. Così diventiamo un noi. Se non riesco a portarvi su questo tema,che è alla base del progetto-blog, il mio lavoro non ha senso. Ci sto provando. Qui non è come mettere commenti gratificanti all'autore,cioè come nelle note personali,qui,nel blog, la poesia vive e si alimenta insieme. Poi ciascuno elabora nel suo spazio interiore,nella sua esperienza emoziolale,che è indviduale,certamente,ma si arricchisce delle analisi degli altri poeti-commentatori. E' una barca questa che prende il largo con la poesia,che è quell'oltre senza il quale non saremo poeti. E' il viaggio,l'oltre che ci fa poesia. E prendiamo il largo affrntiamo le onde,anche le critiche, tutti insieme.
    Credo che abbiate capito.

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  9. Gabriele Prignano3 giugno 2010 04:22

    Credo che non sia possibile combattere una battaglia solitaria per un progetto di blog dalle caratteristiche ambiziose, importanti, particolari in un vasto spazio, quale FB, ove un vero dialogo spesso langue. Da sola, cara Gloria, malgrado le tante rinunce annunciate, pare sia impossibile...e il numero dei partecipanti diminuisce. Chi può DEVE farsi avanti. Ma perché ciò non accade? Sto da tempo sollecitando il mio GRuppo (circa 2000 iscritti) a non limitarsi ad esporre le loro opere, ma anche a dialogare, ad uscire fuori dal Gruppo, a cercare confronti e scontri (sulle idee, naturalmente). Finora nessun risultato. Ma insisterò, cercando di trascinarli qui...ove l'impegno è certamente diverso e maggiore. Chissà?!

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  10. Debora anch'io sono rimasto molto colpito da questa poesia e non per essere un simpatico chiacchierone come amabilmente mi hai definito, ma per aver con cura analizzati la tua versificazione, il tuo linguaggio, i simboli che costruiscono la metafora ma soprattutto l'insieme tra persona e mare.Bellissimi i passaggi in un afflato perfetto, ed il richiamo tra mare e cielo per respirarlo è un accostamento bellissimo. Il mio brava detto a te serve a poco ma forse ti farà piacere sapere che la poesia mi è piaciuta tantissimo. Grazie per il TAG. Un caro saluto alla mia amica Gloria
    Bruno Zapparrata·

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  11. Vivo in uuna citta di mare,eppure non lo amo,così povero,decolorato,inerte.Bisognerebbe ritornare ai primordi della vita del mondo,quando l'acqua era tutto e dalla quale probabilmente siamo emersi.E ciò che più ci deprime è la monotonia del suo silenzio,quasi a volerci ricordare quanta parte ha avuto l'uomo nel suo declino.Ci rianimano un pò i versi chiari di questa lirica che con sapiente metamorfosi ci riporta al mondo marino,facendoci rivivere rivestiti di pinne e di squame l'immensità e la bellezza di quello che forse è stato il nostro naturale habitat.Il riflesso autobiografico di cui parla Spender si estingue nell'universalità,che nasce come esperienza emozionale soggettiva,ma con l'incontro poeta-lettore perde ciò che di individuale sembra rappresentare per cogliere valori estesi a tutto lo scibile umano.Così come succede un tante altre discipline.Ren

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  12. Le mie considerazioni seguiranno una via insolita, segno del fatto che la poesia (più o meno consapevolmente) mi è piaciuta.

    Ieri era l’anniversario della morte di un mio amico scomparso prematuramente, Bruno.

    Bruno aveva la mia stessa passione per la corsa tra i campi e per il nuoto. Correndo si acquista una cadenza, un ritmo che vive in modo autonomo. Si può attivare “un pilota automatico” e durante la corsa ascoltare musica, guardare le bellezze del paesaggio, chiacchierare ecc. Noi spesso correndo parlavamo di poesia (nei limiti consentiti dal fiatone).
    Nuotando non si può parlare. Si acquista un ritmo diverso, cadenzato da una sequenza di movimenti non naturale. E’ un ritmo soggetto in altro modo alla gravità, un linguaggio diverso. Guardando dentro il mare necessariamente (con gli occhialini) si ha l’impressione di attraversare, come volando, un mondo strano, nello stesso tempo amico e alieno. Si percepisce in qualche modo la relazione tra effimero ed eterno (i poeti talora guardano il fiume come lo scorrere del tempo e il mare come l’eternità). Durante il nuoto non si può parlare. Speso la meta delle nostre nuotate era un esteso scoglio affiorante (lo chiamavamo l’isolotto). Arrivati all’isolotto, usciti dall’acqua, pur potendo parlare, tacevamo distesi sotto il sole; forse continuava lo strano turbamento di quel breve viaggio in quel mondo misterioso. Una volta Bruno ruppe il silenzio. Non c’era stato nessun discorso preliminare. Seguiva, come spesso accadeva, il filo di un ragionamento interiore (in genere tormentato). Si alzò in piedi e, agitando le mani, col suo indimenticabile sorriso sotto i baffi, sempre cangiante tra il beffardo e l’affettuoso, chiese: “Dove sono le sirene?”. Quindi con i suoi caratteristici movimenti a scatti, tornò a distendersi sotto il sole e rimase zitto.
    Non ho mai capito se stesse citando Eliot (che conosceva bene) o svolgesse un discorso tutto suo, favorito evidentemente dal mare che ci circondava. Non ha importanza.

    La poesia ci riporta a questa domanda: Dove sono le sirene?
    Il ritmo, la cadenza degli accenti, le dissonanze evocano proprio il movimento dissonante del mare. Ma la vita non pullula; è limitata ad alghe mute, irreali, senza tempo, distese ovattate di ombre e di silenzio. Negli anfratti misteriosi ove i raggi continuano a penetrare (ma obliquamente) solo anemoni e corpuscoli sospesi.
    Dove sono le sirene?
    O meglio: dove sono le altre sirene? La voce che ascoltiamo è la voce di una sirena, mimetizzata nella trasparenza del mare, nel ricordo antico di ere primordiali, che riesce a riemergere ancora e a connettere ancora l’acquamarina fluida col cielo.
    Ma la solitudine di questa sirena colpisce come un pugno nello stomaco. La vita (che dovrebbe pullulare) non pullula.

    Dove sono le sirene? J. Alfred Prufrock, espressione eliotiana della mediocrità meschina, ci confida: “Ho udito le sirene cantare l’una all’altra./Non credo che canteranno per me”. Ha chiuso la sua testa al canto delle sirene, alla poesia. “Le ho viste al largo cavalcare l’onde/ pettinare la candida chioma dell’onde risospinte/ quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera./ Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare/ con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune”. Candidamente Prufrock ammette: Abbiamo perso fin troppo tempo con la poesia.

    L’ultimo verso è agghiacciante. Non parla più Prufrock, parlano le sirene: “Finché le voci umane ci svegliano e anneghiamo”.
    Le voci dei vari Prufrock che ci circondano che riescono a far annegare le sirene e a far scomparire la poesia.

    Ecco dove sono finite le sirene.
    Annegate.

    Francesco Enia

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  13. Molto descrittiva, il mare nel suo intimo dipinto nelle parole, ermetica forse e solo nel finale si sente il sentimento, il desiderio di amalgamarsi ad acque che contengono, proteggono, si aprono ad accogliere.
    Grazie
    Tatiana Andena

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  14. Sono commossa dal commento intenso di Francesco, che mi sembra dolente e partecipe in maniera coinvolgente. Mi dispiace molto per la tua perdita, e sento molto quello che dici sulle nuotate fatte insieme. Anch'io e mia figlia nuotiamo sempre e ci piace avvolgerci nelle onde del mare. Il canto d'amore di Prufrock,poi, è da me molto sentito,vissuto,interiorizzato, come oggi il tuo commento, Francesco.
    E sono felice di conoscere una persona come te. Una persona speciale.
    Le sirene sono scomparse? Forse è colpa nostra:
    ci siamo attardati troppo nelle camere del mare, mentre eco di passi risuonano nella nostra memoria giù per il corridoio che non prendemmo
    verso la porta che non aprimmo
    mai,nel giardino delle rose.
    Sempre Eliot ci dice che non abbiamo fatto il giusto percorso, non abbiamo aperto quella porta, e ora ci troviamo nella terra desolata,tra uomini di paglia.
    Forse le sirene ci sono ancora, ma noi non sentiamo più il loro canto.

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  15. "Ormai ricordo di ere primordiali ..la trasparenza e la mimesi dell'anima che si immerge nel mondo subacqueo di sirene mai nate ma pur presenti... dentro il mondo che non vediamo ...ma che sogniamo...
    Michele Marseglia

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  16. silvia calzolari3 giugno 2010 08:09

    Io ho visto spesso il mare in cartolina...la prima volta che gustai il mare fu in Puglia...dove il mare era cristallino (avevo sette anni)...e immergermi era anche timore non sapendo nuotare...ma il bisogno infantile femminile era emulare le sirene...sentire corpo che si abbandonasse in una danza morbida in simbiosi con la natura. La bellezza di quegli istanti è lontana ora e il ricordo è sensazione spezzata sia per il consapevole oltraggio che l'uomo infligge alle acque sia per la difficoltà di sentire "squame irridescenti" in visione fanciullesca...la rinascita dalle acque è sempre difficile da realizzare nei propri colori profondi...anche se la ricerca e i tentativi (poetici e non) non finiscono mai.... Quante riflessioni meravigliose DEBORAH scaturiscono dalla tua poetica e dai grandi commentatori!!! Un abbraccio!!! Silvia

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  17. Ma che commento meraviglioso ci hai donato Francesco! Hai colto e descritto in modo magistrale le mie sensazioni: il mistero rappresentato dal mare, il contrasto tra eterno ed effimero, la solitudine della sirena che si mimetizza in un’atmosfera irreale dove non esiste la cognizione del tempo.
    Le sirene sono come le fate di Peter Pan, ogni volta che qualcuno afferma di non credere alla loro esistenza, nel mondo muore una fata, cioè una sirena. Chiamiamola fantasia, immaginazione, poesia, la stessa che ci aiuta a sopravvivere, ad evadere e a credere ancora nel bello. Forse ha ragione Gloria quando dice che le sirene ci sono ancora ma che non siamo più abituati a cogliere e ad ascoltare il loro canto. Qualche etologo ha voluto trovare una spiegazione scientifica anche a questo, attribuendo alcuni suoni simili a grida emessi nel mare, al Beluga, un cetaceo che vive nei mari artici. Ha ragione anche Silvia che coglie la difficoltà di sentirsi in simbiosi con l'acqua perchè la fanciullezza è passata e perchè la ragione ha soppresso la fantasia.
    Forse le sirene non esistono, sono creature mitologiche che da sempre hanno reso affascinante la lettura e lo studio dell’Odissea ma io ci credo ancora…

    Deborah Mega

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  18. abissale e profondamente luminosa..riesci a farmi sentire l'odore del mare...della vita della luce grazie Deborah :)

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  19. Con l'atmosfera magica creata dai suoni impressionistici debussyani, i versi di Deborah aprono a noi un mondo fiabesco, dove graziosissime ondine danzano attorno al tesoro di Alberico e misteriose sirene vegliano all'ingresso ed attirano con il loro canto seducente i marinai uccidendoli. Il mondo submarino nasconde i suoi segreti svelando agli occhi indicreti soltanto le ballate mitologiche. Grazie Deborah, la tua poesia mi ha fatto sognare...

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  20. Chi ha detto che siamo soli in questo mondo? O meglio, chi ha detto che esiste solo “questo” mondo, il “nostro” mondo?
    Il Mondo Marino è un universo parallelo alla Terra.
    Parliamo tanto di questo perché è l’unico visibile ai nostri occhi, tanto visibile all’esterno ma tanto misterioso all’interno.
    Le sirene, le sirene… Tutti parlano di loro ma nessuno ne ha mai vista una. Fantasie mitologiche, fantasie appartenenti a “quell”’uomo che a malapena sapeva cosa fosse l’oceano, il mare. E’ sempre stato così, e la storia ce l’ha insegnato: appena l’uomo scopriva qualcosa di nuovo, si sentiva quasi disorientato, scombussolato da quella nuova scoperta, da quella nuova realtà. La fantasia partiva. Nell’epoca dei Grandi Cambiamenti, nell’anno mille, per esempio. Quanti hanno minacciato la fine del mondo, spaventati dai cambiamenti che stavano avvenendo!
    Il mare. Ma quant’è grande? Tanto. Troppo, almeno per l’uomo. Ma è sempre parte del pianeta Terra. Forse è questo il vero segreto: sulla Terra esistono uomini che vivono di aria, ma anche uomini che vivono di acqua. Ognuno di questi “due mondi” cerca il suo parallelo. Si dice che le sirene vivano nella fantasia dei bambini e di quei pochi adulti che ci vogliono credere, che donano alla propria mente un piccolo spazio che chiamano Athlantide.
    Le sirene sono esseri fuggitivi, spaventate dell’uomo che cammina. Forse quei pochi che un tempo erano riusciti ad avvistarle, poi, sono scomparsi: forse sono stati rapiti dal loro canto. Si parla di un canto dolce, melodioso e irresistibile alle orecchie dell’uomo. Un canto che trae in inganno, come ci racconta Omero nell’Odissea, ma forse non è neppure così. Magari nessuno lo saprà mai. Bè, magari…
    Vivono di lunghe nuotate aldilà dell’orizzonte, le sirene.
    Sono quella parte dell’Uomo che appartiene all’altra parte della Terra. Sono quella parte di noi che ci è stata donata nel momento della creazione. Forse spetta a noi lasciarla venire fuori.
    Tutto questo non è fantasia, né immaginazione. Poesia, sì. Ma soprattutto magia. Ancora con questo fatto della magia? Sì. Esisteste, è l’uomo che si è tanto chiuso da soccombere tutto ciò coi propri pensieri così precisi, fortemente logici. Ma l’esistenza va aldilà della logica. Si dovrebbero mangiare più dolcetti al cioccolato: il piacere scombussola il corpo e la mente. Quello, per esempio, è un momento in cui si comincia a percepire un po’ di magia.
    Deborah, nello scrivere questa poesia hai tirato fuori un po’ di quell’“altra parte dell’Uomo che appartiene all’altra parte della Terra”. Ecco, complimenti Ariel.
    Ps scegli sempre musica stupenda, mi ha ispirato per tutto il tempo..!
    Un bacino, ChiaraD.

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  21. Nell’aprire la pagina del blog, ci si trova di fronte quasi contemporaneamente alla delicata immagine della Sirena e ai primi versi della poesia di Deborah che sembrano appunto descrivere quel che il dipinto di Waterhouse (nomen…omen) suggerisce, arricchendolo di quel movimento che manca a quel disegno statico.
    Mi sembra quasi un’istanza futurista. Dar movimento. Mi spiego. Ho immaginato che Deborah abbia guardato il dipinto e le sia venuto il desiderio di spingere la Sirena nell’acqua per vedere, appunto, quella forma idrodinamica guizzare e fendere.
    Guizzare e fendere che sono atti di forza vitale che quasi governa la natura (l’acqua al suo passaggio). Quindi l’animo del lettore si predispone a seguire le evoluzioni del corpo bivalente a confondersi con ciò che siamo abituati a pensare viva e guizzi nell’acqua.
    Ma…
    Ma Deborah dà ora a noi una spinta, disorientante, ci trascina, stupiti, in un paesaggio lagunare senza vita (vita non pullula), senza rumori, senza luce, quasi.
    Ci presenta due mondi, no, anzi, due condizioni: la vita e la non-vita, facendocele assaporare nello stesso attimo dell’immersione del corpo guizzante.
    Bella forza poetica.
    E ora? Ora, si chiede il lettore, cosa accade?
    Restiamo immersi in questa prossimità di Ade, che governa il mondo sotterraneo, e dove regna sui morti? Nella prossimità del padrone impietoso, che non permette a nessuno dei suoi sudditi di ritornare tra i viventi?
    Cerchiamo di ricordare. E di capire.
    Il signore degli Inferi, l’invisibile, il non pronunciato, per timore, interpellandolo, di eccitare la sua collera, ha poi un altro nome, quello di Plutone: il "ricco", con chiara allusione alla ricchezza inesauribile della terra, tanto della terra coltivata, quanto delle miniere ch'essa cela. Dell’origine della vita.
    E allora capiamo come Deborah ci accompagni, con delicate e suggestive immagini, dal buio del “mondo sottoposto” alla luce (e vita) che in esso penetra.
    Origine della vita nell’acqua (inutile ripetere i numerosi riferimenti artistici e le analisi psicoanalitiche) come origine della vita quel buio ingresso di Courbet. La vita viene dal buio, dal profondo oscuro “di ere primordiali”.
    Per concludersi, l’affascinante poesia di Deborah, con una “confusione” (mi sfioro con le dita / le squame iridescenti) che consente il “ritorno” …a respirare il cielo.
    Bella!

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  22. Poesia e sofferenza (1).

    Il discorso si fa intrigante.

    Orfeo cammina, sta per uscire dall'Ade, gli mancano tre passi, con il quarto è fuori.
    Core, la regina dell’Ade, gli ha restituito Euridice, commossa dal suo canto, ma gli ha anche proibito di voltarsi a guardarla nei confini del suo regno.
    Perché questa proibizione?
    E perché mai Orfeo si voltò perdendola per sempre?

    Orfeo esce fuori nel mondo, ormai irrimediabilmente solo, e inizia a cantare disperato il dolore per la perdita di Euridice, la sua mancanza, il ricordo struggente di lei, il rimorso.
    L’intero creato risuona di questa parola, Euridice.

    Finché una notte le Menadi, offese per tutto quel dolore manifestato per una donna, mortificate più volte perché a nessuna di esse Orfeo volle mai concedersi, una notte, dopo un’orgia di Dioniso, discendono da un monte e si avvicinano a Orfeo. L’ebbrezza le rende sorde al suo canto. Hanno la morte negli occhi, nel cuore e nelle mani. Lo circondano. Si lanciano sul cantore: lo dilaniano, lo sbranano vivo.

    Ma la cetra rimane intatta e termina miracolosamente in mare, finendo per approdare sull'isola di Lesbo.
    E la testa di Orfeo non riporta neanche un graffio. Le Menadi non riescono a impossessarsene, si avventano ma sono come respinte via.

    Poi la testa inizia a rotolare.
    E rotola fino al fiume Ebro, cantando ancora Euridice.

    La forza della poesia è una testa che canta anche dopo la morte e continua a commuovere gli animi, con la stessa forza.
    La morte di Orfeo è la nascita dolorosa della poesia.

    Francesco Enia

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  23. Poesia e sofferenza (2 e poi basta).

    Perché Core proibì a Orfeo di voltarsi?
    Lo sconvolgimento della distanza tra vita e morte era ormai irrimediabilmente compiuto: un’ombra stava per tornare carne.
    Perché allora quell'imposizione? Cos’era, una sfida? O forse era il suo esatto contrario: una preghiera?
    Una preghiera!
    Orfeo, ti prego, voltati.

    Orfeo comprese tutto dolorosamente un passo prima di uscire, straziato nel corpo, nell’anima e nello spirito.
    Euridice lo aveva intuito perfettamente sin dall’inizio.
    Euridice il miracolo della rosa che sboccia.

    La parole di Core sono: Orfeo è tua, ma non voltarti mai nel mio regno a guardarla o la perderai per sempre.
    Ma con lo sguardo Core dice: Ti prego, Orfeo, comprendimi: devi voltarti. Ti prego. Ed è necessario che il gesto venga fatto da te liberamente. Ti prego Orfeo: io, Core, sono carne viva come te. Credimi. Io vedo più lontano.
    Voltati, Orfeo.
    E perdonami.

    Si intravede già la luce del mondo.
    Orfeo avverte dietro di sé la presenza silenziosa di Euridice.
    Le parole non-dette di Core continuano a pulsare tra le ossa del suo cranio implacabilmente. Il cranio sembra voler esplodere.
    Perché?
    Perché Core mi sta chiedendo questo?
    Mancano soltanto tre passi, con il quarto è fuori.
    Orfeo vede già la realtà del mondo esterno …
    E in quel momento comprende.

    Comprende che l’esistenza vissuta come è stata vissuta sino ad allora è una bugia, un’illusione. La vita gli appare tutta come una pupazzata continua: menzogna su menzogna. Non verità ma parvenza di essa, simulacro del reale.
    Bisogna riuscire ad andare oltre.
    E questo richiede sacrificio.
    Come può la pupilla che scruta conoscere se stessa nell’atto di scrutare?
    Orfeo allora si gira e girandosi incontra gli occhi di Euridice.
    In quegli occhi si vede e si conosce.

    Orfeo, l’uomo che si asteneva dal sacrificio, sacrifica voltandosi la donna che ama, diventa lo stesso serpente che l’ha uccisa la prima volta. Serpente di lei e nello stesso tempo, sacrificando anche se stesso, privandosi di lei, serpente di se stesso.
    Chiude il cerchio di conoscenza.
    Straziato nel corpo nell’anima e nello spirito, esce fuori nel mondo.
    Nelle sue viscere la sofferenza del conoscersi.

    La poesia, l’arte, l’unico mezzo per fronteggiare la vita e sopportarne il suo nonsenso. Adesso nel mondo, nella pupazzata che chiamiamo vita, esiste un mezzo per arginare il dolore di vivere lungo il viaggio: il bisogno di poesia.
    Orfeo continua a cantare …

    Euridice è la figura che più risiede tra le pieghe del manto del mito. Ma da lei irradia la luce più intensa.
    Euridice, nel momento in cui sta per morire la seconda volta, conosce nell’occhio di Orfeo-serpente la necessità che il cantore ha di ucciderla e vede il bisogno di poesia di cui lei è sorgente.

    Poi scompare per sempre, sorridendo.
    Così ti ricorderai di me, Orfeo. E più grande sarà la mia mancanza, la nostalgia, il desiderio, il rimorso, più grande la tua poesia, là fuori, dove tutto è illusione e menzogna.

    Da Euridice irradia la luce più intensa.
    Perché il dono della poesia non lo offre Orfeo. La poesia è il dono che Euridice, tramite Orfeo, fa all’umanità.
    Ed è per questo che noi mortali, ogni volta che cantiamo, cantiamo la nostra Euridice, la mancanza della nostra Euridice, la nostalgia della nostra Euridice, il desiderio della nostra Euridice, la ninfa che morì due volte e che continua a tornare sempre con la forza di una rosa che sboccia.

    Francesco Enia

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  24. ...domani forse anch'io sarò una sirena del mare e nuotando silenziosamente mi ricorderò della magia dei tuoi versi, Deborah...
    Salvina

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  25. Mai il blog è stato così ricco di idee, sentimenti,cultura. Siamo qui ,amici, tra di noi e questo è molto bello. Crea un'atmosfera rarefatta, diversa da quella che c'è fuori, nel sociale, che pure dobbiamo trasformare. Ma qui tutto è più vero, la poesia, la musica, è un donarsi e un donare agli altri. E' vita interiore,da cui nasce la poesia e l'amore

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  26. La nostra vita sconta il retaggio di sterminati silenzi, luoghi inesplorati governati dal caos in prossimità del nostro esserci. Noi SIAMO in quanto CI SIAMO, in adesione ad un divenire che si fa ordine man mano, nella misura in cui andiamo incontro alle cose riconoscendo in esse le nostre radici. Così la partecipata coscienza diviene graduale e progressiva conoscenza; diventa presidio su un un ordine raggiunto, che si fa premessa di ogni nostro volo.
    Ab inferis usque ad sidera. Il canto di sirena, se derivato da questo fecondo lavorio, diventa in tal modo attendibile per costituire la nostra più elevata espressione.

    La poesia ci offre in tal senso un'alta suggestione. Grazie Deborah
    Leopoldo Costabile

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  27. leggendo la tua poesia e ascoltando le magiche note di sottofondo, riaffiorano in me le sensazioni di quando bambina esploravo il fondale del mio splendido mare: di quando avanzavo timorosa sul fondale e indietreggiavo repentinamente al minimo guizzo o rumore, felice e spaventata. ignara ripetevo le parole che oggi leggo scritte da te.
    grazie deborah.
    gianna

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  28. Un sirena che vuole respirare il cielo è una creatura marina ibrida, che porta in sé l'anelito di un essere donna, forse inconsapevole. La tua poesia, cara Deborah, mi era piaciuta moltissimo fin dalla prima lettura sulla tua bacheca e mi aveva ricordato la figura di Maruzza Musumeci, la fantastica donna sirena ritratta in un romanzetto di Camilleri lontano dal suo "solito" Montalbano.
    Purtroppo il commento non era apparso per qualche inspiegabile motivo. Torno a rintracciare dalla mia memoria qui sul blog quelle sensazioni di colore - l'acquamarina - le squame iridescenti - che profumano di mare, di silenzi profondi e ovattati, di chi si immerge e sente il gorgoglio del proprio respiro, tuffato in una dimensione che non è più la stessa, quasi aldilà dell'umana, privata della pesantezza del corpo, in unione profonda con le origini.
    Questa poesia, seppure diversissima, mi suggerisce un'analogia con l'ultima pubblicata sul blog, Origini, di Eroma.
    Dal mare alla terra al bosco, la natura martoriata sfruttata tradita ci chiede aiuto, perché solo a lei torneremo, una volta concluso il nostro ciclo vitale.
    Grazie.
    Francesca Varagona

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  29. Una meravigliosa lirica dove si nota quasi la fusione dell'anima della poetessa col mare, con la sua acqua trasparente, come sorgente ma dagli abissi inesplorati, come il cuore umano...brava sai creare dei veri momenti magici!

    Rosa Cassese

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  30. Versi fascinosi, immagini nitide ed emozionanti...BELLISSIMA

    Alberto Cabeza

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  31. solitudine di gesto incantato incatenato nell'attesa sensazioni bambine sensazione donne
    profonde in armonia con natura che incalza molto bella grazie alma

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