martedì 30 ottobre 2012

Narhalie Sarraute


Nella foto: la scrittrice Nathalie Sarraute
Nell'ottobre del 1997 è uscita la sua ultima opera, 'Ouvrez!', che è stata rappresentata anche in teatro. «I protagonisti _ ci disse in una intervista _ sono le parole. Fra di loro è stata innalzata una immensa parete che le divide in due gruppi. Da una parte possono stare solo le parole che hanno dimostrato di saper ricevere come si conviene i visitatori. Le altre, le parole di cui non ci si può fidare, sono imprigionate dietro la parete: e siccome quest'ultima è trasparente, possono vedere quel che succede dall'altra parte. Capita, a volte, che le parole escluse tentino di partecipare, di intervenire: ma la parete è invalicabile... Ecco dunque che in certi momenti non ce la fanno più e si mettono a gridare: 'Ouvrez! Ouvrez!'». Nathalie Sarraute era ormai l'unica testimone rimasta in vita del mondo di Beckett e di Ionesco, di Sartre e di Camus. Con Ionesco e Robbe-Grillet aveva addirittura calcato le scene a New York, Londra e Parigi, con una pièce di Virginia Woolf, 'Fresh water'. Il suo ritmo di lavoro era quasi maniacale: «Ho scritto tutti i giorni, ogni mattina fra le 10 e le 12, per tutta la vita. Negli ultimi tempi ho deciso di tenermi libera la domenica, cosa che prima non facevo: con mio marito infatti si andava in campagna nei weekend, dalle parti di Mantes. Ma anche lì, puntualmente, mi mettevo a tavolino», raccontava. Per anni, fin da quando era giovanissima, il suo luogo di lavoro preferito è stato il tavolino di un caffè scelto a caso: «Come Sartre, Simone de Beauvoir e tanti altri andavo a scrivere in un bar perché non avevo il riscaldamento in casa. Dopo ho continuato per altri motivi: lì stavo tranquilla, nessuno poteva chiamarmi al telefono, nessuno veniva a disturbarmi. Al tempo stesso adoravo quel rumore confuso di vita che mi stava attorno. I caffè francesi sono posti civili: ti siedi, ordini qualcosa, e puoi restare tutto il tempo che vuoi». 





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